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La base navale: storia

La base navale della Baia di Guantanamo (in inglese Guantanamo Bay Naval Base) si trova all’estremo sud dell’isola di Cuba. La Baia è occupata da un presidio militare statunitense ed è stata trasformata nel 2011 in una prigione per condannati o sospettati di terrorismo.

La presenza americana nella baia risale al 1903 quando, in seguito all’aiuto dato dagli Stati Uniti alla guerra d’indipendenza cubana, venne stipulato l’Accordo tra gli Stati Uniti e Cuba per l’affitto di basi navali o per il rifornimento di carbone, che concedeva il territorio sud della baia di Guantanamo agli Stati Uniti per un affitto di 2000 monete d’oro statunitensi (circa 4085 dollari odierni). In virtù dello stesso accordo, gli Stati Uniti avrebbero avuto piena giurisdizione e totale controllo (complete jurisdiction and control) per tutta la durata dell’affitto, ma la sovranità ultima (ultimate supremacy) sarebbe spettata a Cuba.

Secondo l’interpretazione del governo statunitense, l’attribuzione della sovranità ultima a Cuba andrebbe considerata nel seguente modo: “la sovranità ultima cubana viene sospesa nel corso della nostra occupazione, dal momento che a noi spetta il pieno esercizio della giurisdizione e del controllo sul territorio ma, nel caso in cui si decidesse di porre fine a tale occupazione, l’area ritornerebbe a Cuba, che esercita la sovranità ultima.”[1]

Nel 1959, a seguito della rivoluzione castrista, il governo di Cuba avrebbe voluto sottrarsi all’accordo ma, in base a quanto previsto dal Trattato Usa e Cuba del 29 maggio 1934, non poté farlo senza il consenso degli Stati Uniti. Da allora il governo cubano ha smesso di incassare l’affitto della baia.[2]

Secondo alcuni giuristi, il contratto d’affitto sarebbe da considerarsi nullo in quanto viziato nei suoi elementi essenziali: a) impossibilità del governo cubano a cedere perpetuamente un pezzo di territorio nazionale e b) il consenso fu strappato con violenza morale, ingiusta e incontrastabile[3].

Guantanamo

Apertura del carcere

Dopo gli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001, il Governo statunitense avviò una spedizione militare in Afghanistan contro l’organizzazione terroristica “Al Qaeda” e il regime talebano che stava dando appoggio al leader terrorista Osama Bin Laden. Durante il conflitto furono fatte prigioniere centinaia di persone, una parte delle quali venne portata a Guantanamo, dove venne aperto il carcere per la prima volta. Il primo volo dall’Afghanistan carico di detenuti (in inglese detainees, detenuti in attesa) atterrò alla base l’11 gennaio 2002.

Il 13 novembre 2001, due giorni dopo gli attentati, fu emanata l’ordinanza militare del Presidente (che in quel periodo era George W. Bush) su “Detenzione, trattamento e procedimento nei confronti di alcuni non cittadini nella Guerra al Terrorismo”. La gestione dello stato di emergenza venne delegata all’esecutivo, il quale, tra le altre cose, in base all’ordinanza poteva agire in deroga all’apparato di garanzie giurisdizionali ordinario.[4]

 

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Ordinanza Militare del 13 novembre 2001

In base all’ordinanza, l’esecutivo si ritrovò a racchiudere in sé:

  • Le attività riservate al potere legislativo, in quanto vengono istituiti organi giudiziari, vengono introdotte nuove fattispecie penali e modificate norme processuali;
  • Le attività normalmente riservate al potere esecutivo, perché disciplina e istituisce di nuovi organi giudiziari;
  • Le attività riservate al potere giudiziario: viene a essere riservata all’esecutivo la funzione di organo di ultima istanza nel procedimento giudiziario a carico dei prigionieri.

Per questo motivo venne a mancare ogni forma di pesi e contrappesi (checks and balances) perché il principio della separazione dei poteri fu violato.

L’Ordinanza era applicabile a una categoria di individui “non cittadini degli Stati Uniti” nei confronti dei quali vi era ragione di ritenere che: fossero o fossero stati membri di Al Qaeda, avessero preso parte, aiutato o sostenuto o progettato di commettere atti o azioni di terrorismo internazionale che avessero provocato, o rischiassero di provocare, danni o effetti nocivi agli Stati Uniti, ai loro cittadini, alla sicurezza nazionale, alla politica estera, all’economia, o individui che avessero consapevolmente offerto rifugio o che si fossero resi complici di uno o più individui di cui sopra.

Queste categorie d’individui furono chiamate “combattenti nemici” (in inglese enemy aliens o enemy combatants), definizione “jolly” coniata nel 1942 dalla Corte Suprema riguardo a dei sabotatori tedeschi che non potevano essere riconosciuti come prigionieri di guerra e che fu adottata altre volte nel corso della storia americana, non ultimo durante la Seconda guerra mondiale nei confronti dei cittadini giapponesi residenti negli Stati Uniti, i quali erano stati privati della libertà personale per tutta la durata del conflitto, in ragione della loro supposta infedeltà alla Costituzione Americana (accusa rivelatasi poi infondata).

Secondo la giurisdizione degli Stati Uniti ai “combattenti nemici” non sono applicabili status e diritti previsti dal diritto nazionale e internazionale ma l’ordinanza disponeva che essi ricevessero un trattamento umano e non discriminatorio (“a human and non-discriminatory treatment”) e, nel caso in cui venissero sottoposti a procedimento, che fossero giudicati da speciali tribunali militari per la violazione delle leggi di guerra.

            Le Commissioni Militari

Tali tribunali, chiamati Commissioni Militari, erano, e sono tutt’oggi, commissioni di tre membri nominati volta per volta dal Segretario della Difesa, hanno giurisdizione esclusiva ed operano seguendo una speciale procedura giudiziaria che dovrebbe garantire un processo regolare ed equo (full and fair trial).

In realtà sono previste numerose deroghe alle regole, giustificate (secondo il Governo americano) dalla necessità di proteggere la sicurezza degli Stati Uniti nella guerra al terrore. Infatti, la normativa speciale prevede che:

  • È escluso il diritto dell’accusato ad un controllo giudiziale della legalità dell’arresto;
  • Contro la decisione di condanna non è previsto appello;
  • Né è ammessa alcuna possibilità di ricorso di fronte alle istanze internazionali a tutela dei fondamentali diritti dell’uomo.
  • È lo stesso Presidente che ha potere di decidere, insindacabilmente, che un qualunque individuo (riferito alle categorie di cui sopra) venga detenuto in un luogo appropriato fuori o dentro il territorio statunitense e processato da una di queste Commissioni Militari anziché da un tribunale regolare.

Perché a Guantanamo e non in territorio USA?

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È molto probabile che l’Amministrazione statunitense ritenesse questo luogo sottratto alla giurisdizione delle Corti statunitensi perché la “sovranità ultima” di Guantanamo spetta ancora a Cuba e che, portando lì i prigionieri, volesse escluderli dal circuito delle garanzie del diritto domestico e anche di quello internazionale.

Inoltre, affidando i processi nei confronti dei detenuti di Guantanamo a speciali Commissioni Militari, il Governo ha escluso la competenza dei tribunali del paese a giudicare la legalità delle azione da esse intraprese contro soggetti ritenuti collegati a organizzazioni terroristiche, per quanto esse possano aver comportato la violazione dei principi sanciti dalla Costituzione e dalle norme di diritto internazionale.

In aggiunta a questi espedienti “giuridici” per concedere meno diritti ai detenuti si pensi anche che denominandoli “combattenti nemici” (in quanto non facenti parte di un’organizzazione militare ufficiale) non era più necessario garantire loro i diritti spettanti ai “prigionieri di guerra”.

            Trattamento dei detenuti a Guantanamo 

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“[…] Guantanamo è diventata un’icona nel mondo arabo e musulmano: rappresenta il fatto che gli Stati Uniti sono nel torto e fanno del male alle persone. Se vogliamo vivere in un mondo sicuro, il messaggio che dobbiamo mandare è che tratteremo le persone non come animali, ma come esseri umani.”[5]

Michael Ratner, Presidente del Center for Constitutional Rights

“Credo che il motivo per cui Guantanamo abbia macchiato la reputazione degli Stati Uniti nel mondo sia perché insistiamo non soltanto a detenere la gente che combatte contro di noi ma chiunque vogliamo, solo perché lo diciamo noi, e dunque senza limitazione. Ci appelliamo all’autorità delle leggi di Guerra ma non vogliamo sottostare alle limitazioni che esse impongono. Questo atteggiamento rinforza ancora di più l’opinione condivisa in tutto il mondo che gli Stati Uniti rifiutano di attenersi alle leggi a cui si attengono tutti gli altri.”[6]

“Guantanamo è la negazione di tutti quei principi fondamentali di rispetto della dignità umana su cui poggiano sia le moderne regole del diritto internazionale sia il sistema costituzionale americano.”[7]

Va preliminarmente detto che gli Stati Uniti non hanno mai comunicato l’identità dei soggetti catturati e, fin dal momento dell’arresto, i prigionieri sono stati sottoposti a ripetuti interrogatori in assenza di avvocati; non è stato loro concesso alcun contatto con i familiari e nessuno ha avuto l’opportunità di usufruire di una consulenza legale; solo alcuni giornalisti hanno potuto visitare la base, a condizione di non [avere] alcun contatto con i prigionieri.

Secondo i reportage dei giornalisti che hanno potuto visitare la base e secondo le testimonianza di ex-prigionieri, le condizioni in cui vivono i detenuti sono le seguenti.

  • Sono rinchiusi 24 ore su 24 in piccole celle singole (1,80mx2,5m) con pareti di rete metallica aperte all’osservazione esterna su tutti e quattro i lati;
  • Le celle sono sempre illuminate: dalla luce solare di giorno e da quella artificiale di notte;
  • Le celle sono soggette alle temperature subtropicali (spesso oltre i 43 gradi centigradi);
  • I detenuti dormono su pavimenti di cemento, senza materassi;
  • Il bagno è un buco per terra all’interno della cella.

I prigionieri non hanno un nome ma sono solo un numero, che corrisponde al numero della loro cella. Il colore delle tute che devono indossare è l’indicatore del loro “status” e comportamento: chi non collabora indossa tute arancioni, mentre le tute di quelli che hanno parlato (e che quindi godono di qualche piccolo privilegio) sono bianche.

I prigionieri possono uscire dalla propria gabbia per soli novanta minuti alla settimana, divisi in frazioni da trenta minuti ogni due giorni. I detenuti con la tuta arancio, quando escono, devono vestire il “tre pezzi”, una cintura di cuoio stretta in vita da robusti anelli a cui vengono agganciati due metri di catena che tengono insieme caviglie e polsi.

Gli interrogatori 

In una lettera ai membri della Commissione Forze Armate del Senato degli Stati Uniti due prigionieri, Shafiq Rasul e Asif Iqbal, che sono stati liberati nel marzo 2004 e quindi sono potuti tornare in Gran Bretagna, raccontano come si svolgono gli interrogatori a Guantánamo:

“siamo stati incatenati per ore […] ai prigionieri veniva imposto di urinare mentre venivano interrogati e non era concesso loro di andare al bagno. Una pratica introdotta […] era l’ammanettamento corto (short shackling). Eravamo costretti a stare con le gambe in aria, con le mani legate tra le gambe e incatenati al suolo […]. Venivamo lasciati in questa posizione per ore prima dell’interrogatorio (che poteva durare anche 12 ore) […] Veniva alzata l’aria condizionata, così dopo pochi minuti si gelava. C’erano una lampada stroboscopica e la musica ad alto volume, che costituivano a loro volta una forma di tortura. A volte venivano portati anche dei cani per terrorizzarci. Non sempre venivamo nutriti e quando tornavamo in cella per quel giorno non ricevevamo nessun pasto […]. Soldati ci hanno detto personalmente che andavano nelle celle e davano bastonate con spranghe di metallo di cui poi non relazionavano. Noi stessi abbiamo assistito a brutali assalti ai prigionieri […] Desideriamo chiarire che questi e altri episodi e tutta la brutalità, l’umiliazione e la degradazione avevano chiaramente luogo come risultati di politiche e ordini ufficiali”

Sulla base di queste e altre testimonianze si è ritenuto che a Guantanamo venisse praticata la tortura, fisica e psicologica, allo scopo di ottenere informazioni. Tali metodi e tecniche sono in palese violazione dei diritti umanitari.

Atti di diritto internazionale inosservati, ovvero parzialmente applicati

Condizione dei prigionieri:

  • III Convenzione di Ginevra del 12 agosto 1949, art. 5
  • “IV Convenzione di Ginevra sulla Protezione delle Persone Civili in Tempo di Guerra” del 12 agosto 1949
  • “Protocollo aggiuntivo delle Convenzioni di Ginevra relativo alla protezione delle vittime dei conflitti armati internazionali” dell’8 giugno 1977
  • “Norme sullo Standard Minimo per il Trattamento dei Prigionieri”, adottate dalla Prima Conferenza delle Nazioni Unite sulla “Prevenzione del Crimine ed il Trattamento dei Colpevoli” nel 1955
  • 95, aggiunto nel 1977
  • “Patto internazionale sui diritti civili e politici” del 1966
  • “Carta dell’Organizzazione degli Stati americani” del 1948
  • “Convenzione americana dei diritti umani” del 1978 (firmata ma non ratificata dagli Stati Uniti)
  • “Convenzione contro la tortura e le altre pene e trattamenti inumani e degradanti” del 1984

 

Le reazioni

Questa chiara violazione delle norme di diritto internazionale ha provocato numerose reazioni da parte di varie organizzazioni internazionali, come ad esempio la Croce Rossa, la quale ha stilato un rapporto nel quale si evidenziavano i metodi coercitivi adoperati nei confronti dei detenuti di Guantanamo: denudamento, ammanettamento stretto e uso di informazioni sulla salute dei detenuti per minacciarli e obbligarli a collaborare.

Anche Amnesty International è intervenuta scrivendo il “Memorandum sui diritti delle persone in custodia americana in Afghanistan e Guantanamo” alla Casa Bianca. Sempre Amnesty stilò una serie di rapporti di denuncia sul trattamento dei detenuti a Guantanamo.

I memorandum Gonzales e Powell

Vennero redatti due memorandum relativamente all’interpretazione dell’applicabilità delle Convenzioni di Ginevra. Il primo, predisposto da Alberto R. Gonzales e diretto al presidente Bush era favorevole alla non applicazione (violazione) delle regole internazionale. Il secondo, in replica al primo, dal Segretario di Stato Colin L. Powell sia a Gonzales, sia al Consigliere per la Sicurezza Nazionale Condoleezza Rice era a favore del rispetto delle norme internazionali.

Memorandum Gonzales

“ Gli Stati Uniti stanno trattando e continueranno a trattare umanamente tutti gli individui detenuti a Guantanamo e, nella misura adeguata e coerente con le necessità militari, in modo conforme ai principi della Terza Convenzione di Ginevra del 1949. Il Presidente ha stabilito che la Convenzione si applica ai detenuti talebani, ma non ai membri di Al Qaeda. […] Ai sensi della Convenzione di Ginevra, comunque, i detenuti talebani non sono classificabili come prigionieri di guerra [così come i detenuti di Al Qaeda, e pertanto non godono dei diritti di prigionieri di guerra.] Ma anche se i detenuti non hanno diritto ai privilegi derivanti da tale status, la nostra politica sarà quella di accordargliene molti. […] Gli Stati Uniti devono tenere in considerazione il bisogno di sicurezza nello stabilire le condizioni per la detenzione a Guantanamo.”

Memorandum Powell

Il secondo memorandum si esprimeva a favore dell’applicazione delle Convenzioni nei confronti di tutti i detenuti perché la loro applicazione sarebbe in generale d’aiuto nel garantire un trattamento da prigionieri di guerra ai soldati americani catturati, riducendo al tempo stesso le minacce legali legate alle detenzioni.

Principali interventi e proteste

Nel febbraio del 2002, il Center for Constitutional Rights insieme con la Human Rights Clinic della Columbia Law School e il Center for Justice and International Law, presentarono, sulla base della Dichiarazione americana dei diritti e dei doveri dell’uomo, un’istanza alla Inter-American Commission of Human Rights, nella quale denunciavano la violazione da parte degli Stati Uniti dei diritti umani e quindi di numerosi accordi internazionali. La Commissione chiese agli Stati Uniti di “provvedere urgentemente a quanto necessario perché lo status legale dei detenuti di Guantanamo sia determinato da un tribunale competente.” Il Governo americano si riservò il diritto di non ascoltare questo (e altri) appelli al rispetto delle Convenzioni.

Habeas Corpus

A partire dal 2001 furono intraprese, di fronte ai tribunali statunitensi, azioni di habeas corpus per conto di alcuni detenuti di Guantanamo.

Inizialmente i tribunali interni americani avevano dichiarato di non avere giurisdizione sulle petitions for habeas corpus presentate dai detenuti di Guantanamo (o meglio, dai loro next friends) e dalle organizzazioni a tutela dei diritti civili perché la base navale non è situata su un territorio statunitense (caso Al Odah v. United States). Ciononostante il 10 novembre 2003 la Corte Suprema ammise il ricorso per habeas corpus presentato per conto di alcuni detenuti.

Successivamente, il 28 giugno 2004, la Corte Suprema emise numerose sentenze di vitale importanza per il caso Guantanamo. In due di esse veniva riconosciuta la giurisdizione interna americana rispetto ai ricorsi per habeas corpus presentati da cittadini americani (caso Hamdi v. Rumsfeld), ma anche da cittadini stranieri (caso Rasul v. Bush), detenuti con la qualifica di enemy combatants. Questo perché, secondo la Corte Suprema, il potere di ricorrere per ottenere il riesame (grant to writ) non andrebbe valutato in base a una nozione meramente formale dell’ambito di estensione della sovranità territoriale dello Stato, ma in base all’effettiva natura del potere che gli Stati Uniti esercitano di fatto sul territorio di Guantanamo. Tuttavia la Corte non si spinse fino a considerare espressamente contrarie al diritto internazionale le misure di internamento e le pratiche di interrogatorio.

Caso Hamdam vs. Rumsfeld

Il 29 giugno 2006 la Corte Suprema ha preso posizione su:

  • La questione della legittimità delle Commissioni militari:
    [The military commission is] arguably without any basis in law and operate free from many of the procedural rules prescribed by Congress for courts-martial – rules intended to safeguard the accused and censure reliability of any conviction.”
  • Il diritto applicabile al caso: si afferma chiaramente che le Convenzioni di Ginevra del 1949 (o perlomeno alcune delle norme in esse contenute) sono applicabili alla situazione dei detenuti di Guantanamo.
  • La Corte non contesta l’interpretazione del governo americano secondo cui i membri di Al Qaeda non rientrano in nessuna delle categorie di combattenti legittimi, e quindi non viene loro riconosciuto lo status protetto di prigionieri di guerra. Tuttavia, l’art.3 (comune alle quattro Convenzioni di Ginevra) resta applicabile: ad ogni individuo, in qualunque situazione, bisogna garantire la soglia di protezione minima del diritto umanitario.

FONTI

Frosini, T. E. (2008), Teoremi e problemi di diritto internazionale, Milano, Dott. A. Giuffré Editore.

Frosini, T. E. (2005), “Lo stato di diritto si è fermato a Guantanamo” in Diritto Pubblico Comparato ed Europeo, n.4.

Lanciotti, A., (2006), “Il rispetto del diritto internazionale a Guantanamo: osservazioni a margine della sentenza della corte suprema degli Stati Uniti sul caso Hamdam vs. Rumsfeld” su federalismi.it.

Video “Yasiin Bey (aka Mos Def) force fed under standard Guantánamo Bay procedure.” The Guardian. Lunedì 8 luglio 2013. Video created by human rights organization Reprieve& directed by Asif Kapadia, shows Mos Def force fed according to procedure at Guantanamo Bay detention camp.

APPROFONDIMENTI

Per ulteriori informazioni sul trattamento dei detenuti prima e durante la loro permanenza a Guantánamo consultare il sito:  www.witnesstoguantanamo.com


[1] Si veda il comunicato rilasciato dal Governo statunitense con il quale si precisano i termini del Lease Agreement con Cuba, public Affairs Staff, U.S. Naval Station, Guantanamo Bay the History of Guantanamo Bay, vol. 1, cap. 3, sito web: www.nsgtmo.navy.mil/gazette/History98-64/hischp3.html
[2] Va ricordato però come Fidel Castro, nel febbraio 1964, provvide a tagliare le condutture dell’acqua che, dall’interno dell’isola di Cuba, garantivano i rifornimenti quotidiani alla base americana. Da allora l’esercito americano provvede con proprie strutture di accumulo, trasporto e desalinizzazione all’erogazione giornaliera di quattordici milioni di litri di acqua e ottocentomila kilowatt di energia.
[3] Fernando Alvarez Tabìo, “La Base Naval de Guantánamo y el Derecho Internacional”, el contrato de arriendo de la Base Naval carece de existencia legal y de validez jurídica porque está viciado en sus elementos esenciales (…), “por la incapacidad del Gobierno de Cuba para ceder a perpetuidad un pedazo del territorio nacional… y porque el consentimiento fue arrancado mediante violencia moral irresistible e injusta”… http://lists.peacelink.it/latina/2006/03/msg00062.html http://www.ipscuba.net/politica/base-naval-de-guantanamo-a-las-puertas-de-su-centenario/
[4] Come è successo più volte nella storia americana, le misure di emergenza si consolidano per poi divenire prassi costante. “Non esiste diritto che non sia stato sospeso o calpestato durante periodi di crisi e di guerra, anche dai nostri più grandi Presidenti.” Alan M. Dershowitz
[5] M. Ratner, E. Ray, Prigionieri di Guantanamo. Quello che il mondo deve sapere, p.29.
[6] da D. Cole, V. Dinh, “Guantanamo: democrazia e non persone”, in Micromega, n.4, 2004, 237 ss.
[7] A. Cassese, “Guantanamo nostro lager”, in La Repubblica del 7 febbraio 2004