I fatti di Timbuctù e il tribunale dell’Aja
Il 1 marzo 2016 la Corte Penale Internazionale dell’Aja (CPI) iniziò il primo processo della Storia per crimini di distruzione del patrimonio artistico internazionale.
L’imputato, Ahmad al Faqi al Mahdi, era leader di un gruppo di estremisti islamici del Mali – l’Ansar Dine – formato da brigate di milizie tuareg, alleate con Al Qaida e in lotta contro il governo centrale. Egli apparteneva anche all’Hisbah, una organizzazione terroristica nata con l’obiettivo di preservare la moralità e prevenire il vizio. Secondo le idee dell’Hisbah, nessun edificio poteva essere costruito sopra le tombe degli antenati e tutto ciò che risultasse improprio al credo religioso dell’organizzazione doveva essere distrutto.

Nel 2011, al Mahdi, a guida dei tuareg, conquistò la parte settentrionale del Mali, per prepararsi ad attaccare il Sud. Tra il maggio e il settembre 2012 l’Ansar Dine distrusse dieci siti storici della città di Timbuctù, tra cui la porta della moschea di Sidi Yahia, edificio tra i più antichi e famosi della zona e considerata patrimonio dell’UNESCO. Oltre a questo, centinaia di manoscritti, risalenti al periodo tra il XII e il XVI secolo d.C. di materia filosofica, storica, culturale ed economica, vennero bruciati durante l’operazione. Hisbah e Ansar Dine vennero fermati dalle truppe francesi, che si posero a salvaguardia dei territori attaccati e che riuscirono, in poco tempo, a riconquistare le zone perse dal governo maliano. I militanti francesi vennero in seguito supportati dalle truppe delle Nazioni Unite, che allontanarono i ribelli dai grandi centri urbani, senza però riuscire a scacciarli definitivamente.

Ahmad al Faqi al Mahdi venne catturato e arrestato in Niger tre anni più tardi, il 26 settembre 2015. Durante la prima udienza presso la Corte Penale Internazionale, all’Aja, al Mahdi si presentò in abiti occidentali, dichiarando di avere quarant’anni, di essere nato a Agoune, città situata a 97 km a ovest di Timbuctù, di essersi diplomato in una scuola per insegnanti e di essere un ex dipendente del Ministero dell’Educazione maliano. L’imputato dichiarò subito di essersi pentito delle sue azioni e confermò la veridicità di tutte le accuse. Si disse, inoltre, “pieno di rimorsi e rimpianti” e invitò i musulmani in più di una occasione, durante il processo, a “resistere a quel tipo di azioni” richieste dallo Stato Islamico.
Dopo sette mesi, il 26 settembre 2016, al Mahdi fu condannato a nove anni di carcere: per la prima volta nella Storia, la distruzione del patrimonio artistico e culturale di una città, per fini politici e religiosi, venne qualificato come crimine di guerra.

Le basi giuridiche della condanna
La Corte Penale Internazionale venne istituita con lo Statuto di Roma, stipulato il 17 luglio del 1998 ed entrato in vigore il 1 luglio 2002, con la ratifica del sessantesimo Stato. L’istituzione nacque come tribunale per crimini internazionali e la città dell’Aja, nei Paesi Bassi, venne scelta come sede.
Il Tribunale giudica i crimini riguardanti la comunità internazionale e le sue competenze sono complementari a quelle dei singoli Stati: la Corte può intervenire, infatti, solo quando gli Stati non vogliono o non possono punire i crimini internazionali.

Attualmente sono 124 i Paesi che hanno ratificato lo Statuto di Roma e che hanno quindi accettato che i propri cittadini possano essere sottoposti al giudizio del Tribunale o, al contrario, possano accedervi in quanto parte lesa. La CPI non può giudicare gli Stati membri, ma solo i cittadini che ne fanno parte. Risulta interessante notare come alcuni Paesi, tra cui USA e Israele, abbiano firmato lo Statuto, senza però volerlo ratificare. La possibilità di scegliere se far parte o meno della CPI rappresenta un grande limite per la giurisdizione internazionale: senza la ratifica lo Stato non è considerato parte contraente. Oltre a questo, la Corte non è un organo dell’ONU e non deve essere confusa con la Corte Internazionale di Giustizia, ma detiene alcuni legami con le Nazioni Unite: il Consiglio di Sicurezza, ad esempio – organo che detiene la facoltà di deliberare su atti di aggressione o di minaccia alla pace e alla sicurezza internazionale –, ha il potere di deferire alla Corte casi di difficile risoluzione, grazie all’art. 13(b) dello Statuto di Roma.

Gli Stati che aderiscono allo Statuto di Roma accettano la giurisdizione sovranazionale della CPI sui casi di crimini contro l’umanità, crimini di guerra, genocidi e violazioni delle Convenzioni di Ginevra. Queste ultime, di cui la prima stipulata nel 1864, consistono in una serie di trattati internazionali che regolano diversi ambiti del diritto. Proprio grazie ad uno degli articoli della Convenzione di Ginevra, la CPI ha potuto decidere circa la controversia sul processo al Mahdi. Secondo l’articolo 53 del I° Protocollo addizionale della Convenzione di Ginevra, è considerato crimine internazionale danneggiare o distruggere monumenti, opere d’arte e/o luoghi di culto considerati patrimonio culturale e spirituale dei popoli.

Art. 53 Protezione dei beni culturali e dei luoghi di culto
Senza pregiudizio delle disposizioni della Convenzione dell’Aja del 14 maggio 1954 per la protezione dei beni culturali in caso di conflitto armato, e di altri strumenti internazionali applicabili, è vietato:

  1. compiere atti di ostilità diretti contro i monumenti storici, le opere d’arte o i luoghi di culto, che costituiscono il patrimonio culturale o spirituale dei popoli;
  2. utilizzare detti beni in appoggio allo sforzo militare;
  3. fare di detti beni l’oggetto di rappresaglie.

Oltre a questo, è considerato crimine di guerra, secondo l’articolo 8 dello Statuto di Roma, attaccare intenzionalmente edifici d’arte, di culto, adibiti a scopi umanitari o luoghi dove sono riuniti malati e feriti.

Art. 8 secondo comma lettera e n4

  1. v) dirigere intenzionalmente attacchi contro edifici dedicati al culto, all’educazione, all’arte, alla scienza o a scopi umanitari, monumenti storici, ospedali e luoghi dove sono riuniti i malati ed i feriti purché tali edifici non siano utilizzati per fini militari.

Infine, gli edifici distrutti a Timbuctù appartenevano, dal 1998, alla lista del Patrimonio Mondiale UNESCO. I criteri enumerati per l’iscrizione della città alla lista sono i seguenti:

– Criterio (ii): Le moschee e i luoghi sacri di Timbuktu hanno giocato, in un primo periodo, un ruolo essenziale nella diffusione dell’Islam in Africa;

– Criterio (iv): Le tre grandi moschee di Timbuktu, restaurate dalla Qadi Al Aqib nel 16 ° secolo, testimoniano l’età d’oro della capitale intellettuale e spirituale, alla fine della dinastia Askia;

– Criterio (v): Le tre moschee e i mausolei sono testimoni eccezionali delle creazioni urbane di Timbuktu, il suo importante ruolo quale centro commerciale, spirituale e culturale lungo la via commerciale trans-sahariana del sud, e le sue tradizionali caratteristiche tecniche di costruzione.[1]

Perché il caso Al Mahdi è importante?
Il caso al Mahdi risulta interessante per diversi motivi. Nel corso degli anni gli organi internazionali hanno formulato e ratificato norme di vario tipo, senza che venissero poi effettivamente applicate. Le cause di questa inapplicabilità sono molte, ma la mancanza di una aderenza alle situazioni prese in considerazione dalle norme proposte ha giocato un ruolo fondamentale. Spesso casi simili a quello al Mahdi non vennero giudicati o non riuscirono a giungere a condanna perché non rientranti nei casi studio teorizzati o, altre volte, le norme consuetudinarie internazionali non presero in considerazione situazioni nuove, perché carenti di precedenti con cui potersi misurare. Il processo di Timbuctù ha, in questo, dato origine ad una svolta: considerando il reato meritevole di giudizio, in quanto caso di specie rientrante nelle norme scritte sopra elencate, il Tribunale dell’Aja ha creato un precedente giudiziario. Questo passo è fondamentale per il diritto internazionale: applicando una condanna contro i crimini culturali si dà inevitabilmente concretezza alle norme proposte dallo Statuto di Roma e dalla Convenzione di Ginevra. Dopo questa sentenza, tutti i 124 Paesi rientranti nella CPI potranno essere soggetti e/o servirsi della norma, citando in giudizio il precedente giudiziario di al Mahdi, in caso di necessità.

Oltre alla novità in ambito giurisprudenziale, è interessante anche l’entità della pena inflitta all’imputato: al Mahdi è stato condannato a nove anni di carcere. Secondo l’Articolo 77 dello Statuto di Roma, ogni condanna per crimini culturali potrebbe comportare fino a 30 anni di reclusione:

Fatto salvo l’articolo 110, la Corte può pronunciare contro una persona dichiarata colpevole dei reati di cui all’articolo 5 del presente Statuto, una delle seguenti pene:

  • reclusione per un periodo di tempo determinato non superiore nel massimo a 30 anni;
  • ergastolo, se giustificato dall’estrema gravità del crimine e dalla situazione personale del condannato.

Alla pena della reclusione la Corte può aggiungere:

  • un’ammenda fissata secondo i criteri previsti dalle Regole Procedurali e di Ammissibilità delle Prove.
  • la confisca di profitti, beni ed averi ricavati direttamente o indirettamente dal crimine, fatti salvi i diritti di terzi in buona fede.[2]

Ahmad al Faqi al Mahdi è stato però condannato solo a 9 anni di carcere, perché sono state concesse alcune attenuanti, per l’ammissione di colpa e il pentimento dell’imputato. «Mi dispiace. Sono davvero pentito, – dichiara, infatti – mi dispiace per tutti i danni provocati dalle mie azioni».

A distanza di un anno: il G7, una svolta nell’impegno internazionale per la cultura
Il 30 e 31 marzo 2017, a Firenze, si è svolto il primo G7 per la cultura. I Paesi partecipanti – Italia, Canada, Francia, Germania, Giappone, Gran Bretagna e Usa – hanno siglato un accordo storico in presenza del commissario europeo per la cultura Tibor Navracsis e del segretario generale dell’Unesco Irina Bokova. In tale Documento, i sette Paesi si impegnano a condannare la distruzione del patrimonio culturale e chiamare la comunità internazionale a un maggiore impegno nel contrasto al traffico illegale di beni culturali e nelle azioni di tutela per la salvaguardia di siti archeologici, monumenti, opere d’arte, beni librari e archivistici nelle zone belliche. Oltre a questo, il G7 ha concordato sulla necessità di prevedere una componente culturale nelle missioni di pace promosse dalle Nazioni Unite e di rendere permanente il vertice dei ministri della Cultura nei successivi incontri.

Il G7 ha insisto, in particolare, sull’idea di cultura come strumento di dialogo tra i popoli, in quanto il patrimonio culturale:

a) contribuisce a preservare l’identità e la memoria dei popoli e favorisce il dialogo e lo scambio interculturale tra tutte le Nazioni, alimentando la tolleranza, la mutua comprensione, il riconoscimento e il rispetto delle diversità;
b) è uno strumento importante per la crescita e lo sviluppo sostenibile della società, anche in termini di prosperità economica; ed
c) è al contempo motore e oggetto delle più avanzate tecnologie, nonché uno dei principali ambiti in cui misurare le potenzialità e le opportunità offerte dall’era digitale[3].

Le sette nazioni partecipanti hanno inoltre espresso la loro profonda preoccupazione circa le gravi conseguenze dei crimini culturali: la distruzione del patrimonio internazionale sopprime infatti l’identità delle comunità e rimuove ogni traccia di diversità del passato e di pluralismo culturale e religioso.
Per questo motivo il G7 invita a ragionare sull’idea di promuovere una efficace attuazione degli strumenti di diritto internazionale già esistenti per la tutela del patrimonio culturale mondiale, in riferimento alla Convenzione di Ginevra e allo Statuto di Roma:
“Rivolgiamo un ulteriore appello agli Stati affinché agiscano sia per incrementare la propria azione di tutela e conservazione del patrimonio culturale, ivi incluso il patrimonio delle minoranze religiose ed etniche, sia per individuare e condividere le migliori pratiche atte a contrastare ogni forma di attività illecita in questo ambito, comprese le pratiche relative alla tutela del patrimonio a rischio in zone di conflitto”[4].

Infine, il G7 spinge verso una collaborazione internazionale, in quanto essa può agevolare “soluzioni condivise per assicurare la tutela e la promozione del patrimonio culturale e delle diversità culturali”[5].

Il problema rimane. I casi dopo al Mahdi: Palmira, Aleppo, Nimrud
Tre casi di crimini culturali successivi o contemporanei al caso al Mahdi sono le distruzioni di:

  • Tetrapilo e facciata del tempio romano di Palmira, in Siria;
  • Città di Aleppo e, in particolare, della sua Grande Moschea, in Siria;
  • Città assira di Nimrud, in Iraq.

Per questi crimini culturali non ci sono stati ancora processi o giudizi da parte della Corte Penale Internazionale, come nel caso di Timbuctù, ma i danni recati agli edifici storici risultano altrettanto gravi. C’è da sottolineare che anche Siria e Iraq, rispettivamente nel 1958 e nel 1967, ratificarono la Convenzione dell’Aja sui crimini culturali e, pertanto, sono tenuti a rispondere alla CPI per i casi sopra indicati. L’assenza di colpevoli da giudicare o i mancati processi potrebbero significare un grande passo indietro per la giustizia internazionale e comporterebbero, di fatto, un indebolimento della Convenzione stessa. La condanna per i crimini contro Timbuctù ha creato un precedente di enorme importanza e di grande valore e ora la credibilità della Convenzione dell’Aja e la continuità del giudizio, in termini di crimini culturali, è nelle mani della CPI stessa.

 

BIBLIOGRAFIA E SITOGRAFIA:

  1. Sito ufficiale UNESCO
  2. Sito ufficiale Nazioni Unite 
  3. Convenzione dell’Aja 1954 
  4. Statuto di Roma 1998  
  5. Dichiarazione dei ministri della cultura del G7, in occasione della riunione “La cultura come strumento di dialogo tra i Popoli“.
  6. Sito ufficiale Ministero dei Beni e delle attività culturali e del turismo 
  7. Lettura sentenza – Processo Al Mahdi
  8. Geograficamente.wordpress.com 
  9. Atlante Treccani 
  10. Il Post – articolo “Sta per iniziare il primo processo della CPI per la distruzione di beni culturali
  11. Tesi di Laurea: “La distruzione intenzionale del Patrimonio Culturale” – Ilaria Civiero

 

[1] Sito ufficiale UNESCO

[2] Sito ufficiale Nazioni Unite

[3] Dichiarazione dei ministri della cultura del G7 in occasione della riunione “La cultura come strumento di dialogo tra i Popoli”.

[4] Ivi. P. 6

[5] Ibidem

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