Il 23 febbraio 2012 è considerata una data storica per l’Italia. Pochi, però, ne sono a conoscenza. Una data che ha messo un punto fermo sia per la salvaguardia e il rispetto dei diritti umani, sia per uno dei problemi più scottanti di quel periodo (e anche attuali): il rispetto degli immigrati.

La Grande Camera della Corte europea dei diritti dell’uomo, nel caso Hirsi Jamaa e altri, ha condannato all’unanimità e con sentenza definitiva lo Stato italiano per aver violato gli artt. 3 e 4 del Protocollo n. 4, nonché l’art. 13 (in collegamento con i due articoli precedenti) della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU). Questo in merito ai fatti accaduti a 35 miglia dalle coste di Lampedusa, il 6 maggio 2009.

Ma cosa è successo precisamente? E perché il verdetto è così importante?

Per poter ricostruire quanto accaduto e avere un quadro completo della situazione, occorre fare alcune brevi premesse.

Premessa 1: che cosa significa SAR?

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Letteralmente, SAR è l’acronimo di Search and Rescue (ricerca e salvataggio). Sostanzialmente, sono tutte quelle operazioni, svolte da personale addestrato coadiuvato da specifici mezzi navali, aerei o terrestri volti alla salvaguardia della vita umana in particolari situazioni di pericolo e ambienti ostili quali montagna o, come in questo caso, mare.

Nel contesto dell’immigrazione, gli eventi Sar italiani si riferiscono prevalentemente a ciò che accade nel Canale di Sicilia durante i flussi migratori dal Nord Africa. Le operazioni di soccorso sono coordinate dalla Capitaneria di Porto: quando un velivolo della guardia costiera avvista una nave ritenuta in condizioni precarie, viene data comunicazione alla Capitaneria che diffonde a tutte le unità navali in zona la necessità di soccorso. Le motovedette della guardia di finanza e della guardia costiera si avvicinano alla barca in avaria e le persone vengono trasbordate a braccia dalla barca in difficoltà. Il controllo delle condizioni di salute dei naufraghi mentre si trovano ancora in mare è affidato al Cisom (Corpo italiano di soccorso dell’ordine di Malta). Salvati i migranti dal naufragio, finanzieri e uomini della guardia costiera li trasferiscono a bordo dei mezzi militari italiani al molo Favaloro di Lampedusa per essere assistiti dal personale sanitario.

Come verrà esposto tra poco, quest’ultima parte del salvataggio non è stata assolutamente eseguita, tutt’altro.

Premessa 2: come era organizzata giuridicamente l’Italia in quel frangente?

Come si vedrà nel racconto dei fatti, hanno giocato un ruolo fondamentale gli accordi stipulati in precedenza tra la Libia e l’Italia.

Nella sentenza stessa sono citati passaggi dell’Accordo stipulato il 29 dicembre 2007:

“«L’Italia e la Grande Giamahiria [araba libica popolare socialista] si impegnano a organizzare delle pattuglie marittime per mezzo di sei navi messe a disposizione, temporaneamente, dall’Italia. A bordo delle navi verranno imbarcati degli equipaggi misti, formati da personale libico e da agenti di polizia italiani, ai fini dell’addestramento, della formazione e dell’assistenza tecnica per l’utilizzo e la manutenzione delle navi. Le operazioni di controllo, ricerca e salvataggio saranno condotte nei luoghi di partenza e di transito delle imbarcazioni destinate al trasporto di immigrati clandestini, sia nelle acque territoriali libiche che nelle acque internazionali, nel rispetto delle convenzioni internazionali vigenti e secondo le modalità operative che saranno definite dalle autorità competenti dei due Paesi.»

“L’Italia, inoltre, si impegnava a cedere alla Libia, per un periodo di tre anni, tre navi senza bandiera (…) e a promuovere presso gli organi dell’Unione europea (UE) la conclusione di un accordo-quadro tra l’UE e la Libia (…).

“La Libia si impegna a coordinare i propri sforzi con quelli dei Paesi di origine per la riduzione dell’immigrazione clandestina e il rimpatrio degli immigrati”.

Il 4 febbraio 2009 l’Italia e la Libia sottoscrissero a Tripoli un Protocollo addizionale volto a rafforzare la collaborazione bilaterale ai fini della lotta contro l’immigrazione clandestina. Quest’ultimo Protocollo modificava in parte l’accordo del 29 dicembre 2007, in particolare con l’introduzione di un nuovo articolo che recita:

«I due Paesi si impegnano ad organizzare delle pattuglie marittime con equipaggi comuni formati da personale italiano e personale libico, equivalenti per numero, esperienza e competenze. Le pattuglie operano nelle acque libiche e internazionali sotto la supervisione di personale libico e con la partecipazione di equipaggi italiani, e nelle acque italiane e internazionali sotto la supervisione di personale italiano e con la partecipazione di personale libico.

La proprietà delle navi offerte dall’Italia in applicazione dell’articolo 3 dell’accordo del 29 dicembre 2007 sarà ceduta definitivamente alla Libia.

I due Paesi si impegnano a rimpatriare gli immigrati clandestini e a concludere accordi con i Paesi di origine per limitare il fenomeno dell’immigrazione clandestina».”

Questa corposa somma di disposizioni poggiava su altre norme e testi normativi: tra questi è giusto annoverare la legge Bossi-Fini, la CEDU già in precedenza citata e la Convenzione di Ginevra del 1951, relativamente allo status dei rifugiati previsti negli artt. 1 e 33 comma 1, recitanti:

Articolo 1

«Ai fini della presente Convenzione, il termine «rifugiato» è applicabile a chiunque (…) nel giustificato timore d’essere perseguitato per la sua razza, la sua religione, la sua cittadinanza, la sua appartenenza a un determinato gruppo sociale o le sue opinioni politiche, si trova fuori dello Stato di cui possiede la cittadinanza e non può o, per tale timore, non vuole domandare la protezione di detto Stato; oppure a chiunque, essendo apolide e trovandosi fuori del suo Stato di domicilio in seguito a tali avvenimenti, non può o, per il timore sopra indicato, non vuole ritornarvi.»

Articolo 33 § 1

«Nessuno Stato Contraente espellerà o respingerà, in qualsiasi modo, un rifugiato verso i confini di territori in cui la sua vita o la sua libertà sarebbero minacciate a motivo della sua razza, della sua religione, della sua cittadinanza, della sua appartenenza a un gruppo sociale o delle sue opinioni politiche».

Il fatto

Il 6 maggio 2009 circa 200 persone, su tre barche dirette in Italia, vennero intercettate da motovedette italiane, in acque internazionali, all’interno della zona “SAR” (vedi premessa 1). Le barche si trovavano approssimativamente a trentacinque miglia marine a sud di Lampedusa (Agrigento), ossia all’interno della zona marittima di ricerca e salvataggio che rientra nella giurisdizione di Malta.

Gli occupanti vennero trasferiti a bordo delle navi italiane e ricondotti a Tripoli. I testimoni affermano che, durante il viaggio, le autorità italiane li informarono della loro vera destinazione e non iniziarono alcuna procedura di identificazione. Tutti i loro effetti personali, ivi compresi alcuni documenti attestanti la loro identità, furono confiscati dai militari. Una volta arrivati al porto di Tripoli, dopo dieci ore di navigazione, i migranti furono consegnati alle autorità libiche. Secondo la versione dei fatti presentata dai testimoni, questi ultimi si opposero alla loro consegna alle autorità libiche, ma furono obbligati con la forza a lasciare le navi italiane.

Il Consiglio Italiano dei Rifugiati dichiarò (1):

«Le successive condizioni di vita in Libia dei migranti respinti il 6 maggio 2009 sono state drammatiche. La maggior parte è stata reclusa per molti mesi nei centri di detenzione libici, dove ha subito violenze e abusi di ogni genere. Due ricorrenti sono deceduti nel tentativo di raggiungere nuovamente l’Italia a bordo di un’imbarcazione di fortuna. Altri sono riusciti a ottenere protezione in Europa, un ricorrente proprio in Italia. Prima respinti e poi protetti, a dimostrazione della contraddittorietà e insensatezza della politica dei respingimenti».

Delle 200 persone consegnate alle autorità libiche, solo 24 persone decisero di richiedere la protezione internazionale. Non potendolo fare in Italia, vennero rintracciate e assistite in Libia dal Consiglio Italiano per i Rifugiati e furono incaricati gli avvocati Antonio Giulio Lana e Andrea Saccucci dell’Unione forense per la tutela dei diritti umani di presentare ricorso dinanzi alla Corte europea dei diritti dell’uomo.

Secondo le informazioni trasmesse alla Corte dai rappresentanti dei ricorrenti, due di essi sono deceduti dopo i fatti in circostanze sconosciute. Tra giugno e ottobre 2009, a quattordici di essi venne accordato lo status di rifugiato dall’ufficio dell’UNHCR di Tripoli (L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati).

Il nome del Caso, Hirsi, deriva dal cognome di uno dei ricorrenti, tale Hirsi Jamaa.

 

Il Processo e la Sentenza

Il ricorso venne depositato nel novembre 2009; nel febbraio 2011 una Camera della Corte decise di riferire il caso alla Grande Camera; il 22 giugno dello stesso anno si è tenuta l’udienza per la presentazione orale degli argomenti dei ricorrenti e dello Stato. Sono pervenute delle osservazioni scritte anche da parte dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (HCR), di Human Rights Watch, della Columbia Law School Human Rights Clinic, del Centro di Consulenza sui Diritti Individuali in Europa (Centre AIRE), di Amnesty International nonché della Fédération internationale des ligues des droits de l’homme (FIDH), che agiscono collettivamente.

 

Il ricorso ipotizzava la violazione da parte dell’Italia degli articoli 3 e 13 della Convenzione europea dei diritti umani e dell’art. 4 del Protocollo addizionale n. 4 alla Convenzione stessa. L’art. 3 riguarda il divieto di tortura e di trattamenti inumani e degradanti, e si ritiene violato sia per aver respinto i 24 ricorrenti verso un paese, la Libia, in cui avrebbero corso il rischio di subire trattamenti inumani, sia per averli esposti al rischio di essere rimpatriati dalle autorità libiche verso lo stato d’origine, dove i ricorrenti dichiaravano di essere oggetto di persecuzione.

riassunto accuse italia

 

Articolo 3 -Proibizione della tortura:

  • Nessuno può essere sottoposto a tortura né a pene o trattamenti inumani o degradanti.

 

 

L’art. 13 riconosce il diritto ad un rimedio effettivo davanti alle autorità nazionali: questa norma sarebbe stata violata dall’Italia in quanto non avrebbe permesso ai ricorrenti di presentare domanda di asilo politico.

Articolo 13 – Diritto a un ricorso effettivo:

Ogni persona i cui diritti e le cui libertà riconosciuti nella presente Convenzione siano stati violati, ha diritto a un ricorso effettivo davanti a un’istanza nazionale, anche quando la violazione sia stata commessa da persone che agiscono nell’esercizio delle loro funzioni ufficiali.

 

L’art. 4 del Protocollo n. 4 prevede il divieto di espulsioni collettive di stranieri.

Articolo 4 Protocollo 4 – Divieto di espulsioni collettive di stranieri:

Le espulsioni collettive di stranieri sono vietate.

 

La posizione difensiva del governo italiano si articolava principalmente intorno a tre argomenti.

I

In primo luogo si contestava la correttezza formale dei ricorrenti in merito all’atto di procura firmato a favore del gruppo di avvocati che li rappresentava, e il fatto che fosse difficile identificare i ricorrenti come vittime della presunta violazione. Sul punto, tuttavia, la sentenza della Corte ha riconosciuto l’autenticità delle firme e l’esistenza di effettivi contatti – benché soltanto telefonici o tramite e-mail – tra gli avvocati e le persone vittime dell’operato dello stato, il persistere del loro interesse a continuare a causa e la loro identità di vittime della condotta contestata.

 

Il secondo argomento opposto dallo Stato italiano affermava che la vicenda oggetto del ricorso non era avvenuta in un luogo posto sotto la giurisdizione dello Stato italiano. I militari italiani che hanno tratto in salvo i profughi africani hanno compiuto un’operazione di salvataggio in mare e non un’azione di polizia; l’intervento è avvenuto in acque internazionali e quindi fuori del territorio italiano.

La Corte non ha però accettato tale argomentazione e ha affermato che lo stesso codice della navigazione italiano, oltre che il diritto internazionale, riconoscono che sulla nave militare in alto mare si applica la giurisdizione dello stato della bandiera.

Lo Stato italiano ha inoltre contestato l’accusa di aver violato l’art. 3 della Convenzione affermando da un lato che la Libia non era all’epoca uno Stato che presentasse evidenti rischi di maltrattamento ai danni dei profughi rimpatriati, avendo ratificato una serie di convenzioni sui diritti umani; dall’altro che nessuno dei profughi soccorsi aveva espresso una chiara volontà di chiedere asilo politico in Italia.

Entrambi gli argomenti sono stati ampiamente rigettati dalla Corte: in primo luogo perché la Libia non ha aderito alla Convenzione di Ginevra (1951), quindi non aveva l’obbligo di rispettarla. Doveva invece farlo l’Italia, avendovi aderito. Si fa riferimento in particolare a due commi dell’articolo 1:

 

“Il termine «rifugiato» è applicabile a chiunque (…) si trova fuori dello Stato di cui possiede la cittadinanza e non può o, per tale timore, non vuole domandare la protezione di detto Stato; oppure a chiunque, essendo apolide e trovandosi fuori del suo Stato di domicilio in seguito a tali avvenimenti, non può o, per il timore sopra indicato, non vuole ritornarvi. (..)

«Nessuno Stato Contraente espellerà o respingerà, in qualsiasi modo, un rifugiato verso i confini di territori in cui la sua vita o la sua libertà sarebbero minacciate a motivo della sua razza, della sua religione, della sua cittadinanza, della sua appartenenza a un gruppo sociale o delle sue opinioni politiche».”

La Corte ha poi escluso che gli impegni sottoscritti da Italia e Libia per il contrasto dell’immigrazione clandestina e del traffico di persone potessero escludere o limitare l’applicabilità delle norme internazionali di tutela dei diritti umani. Si citano diversi trattati, tra cui quello di amicizia, partnership e cooperazione del 30 agosto 2008 e i già citati accordi biltaerali del 2007 e riaggiornati nel 2009: è in particolare quest’ultimo Protocollo che fa esplicito riferimento all’impegno congiunto di rimpatriare gli immigrati intercettati in mare.

La Corte ha osservato inoltre che non solo a bordo delle navi non vi erano interpreti o consulenti legali che potessero agevolare la presentazione di domande di asilo, ma che secondo le testimonianze si era lasciato credere ai profughi che la destinazione del trasferimento offerto dalle navi italiane era l’Italia. La conclusione è che nel respingere verso la Libia i 24 ricorrenti, tutti potenzialmente dei richiedenti asilo, l’Italia ha violato l’art. 3 poiché, secondo i rapporti di Stati, ONG e Agenzie internazionali, il trattamento riservato dalla Libia agli emigranti clandestini, compresi i richiedenti asilo, era ampiamente al di sotto dello standard accettabile, concretizzandosi in una detenzione arbitraria in condizioni estremamente dure, in particolare per le donne. Infine vi era l’alta probabilità che i potenziali richiedenti asilo venissero rimpatriati nel Paese d’origine in cui temevano persecuzioni.

 

Non trovando accoglimento la linea difensiva prodotta, L’Italia venne condannata all’unanimità dalla Corte  a versare un risarcimento di 15mila euro più le spese a 22 delle 24 vittime, in quanto i ricorsi dei deceduti non sono stati giudicati ammissibili.

 

Il 25 luglio 2012, gli avvocati dei ricorrenti presentarono un documento al Comitato dei ministri richiamando l’attenzione sui gravi ritardi italiani nell’esecuzione della sentenza del 23 febbraio 2012. Malgrado il termine di 3 mesi concesso dalla Corte per l’esecuzione della pronuncia fosse scaduto il 23 maggio 2012, l’Italia non solo non aveva versato gli indennizzi dovuti, ma aveva anche omesso di dare esecuzione alla sentenza nella parte in cui prevede l’adozione di misure individuali.

 

Concludendo la vicenda e tirando le fila per una riflessione sul caso, trovo che le parole del giudice Blackmun, che si è occupato del caso, siano molto illuminanti.

“I rifugiati che tentano di scappare dall’Africa non richiedono un diritto di ammissione in Europa. Essi domandano soltanto all’Europa, culla dell’idealismo in materia di diritti dell’uomo e luogo di nascita dello Stato di diritto, di cessare di chiudere le sue porte a persone disperate che fuggono dall’arbitrio e dalla brutalità. È una preghiera modesta, peraltro sostenuta dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Non restiamo sordi a questa preghiera”.

Bibliografia e note

(1) http://www.repubblica.it/solidarieta/immigrazione/2012/02/23/news/l_italia_condannata_per_i_respingimenti-30366965/

 

http://www.parlarecivile.it/argomenti/immigrazione/sar.aspx

http://www.cisom.org/cisom-e-corpi-di-soccorso.html

http://www.meltingpot.org/Diffuso-il-testo-dell-accordo-Italia-Libia.html#.WUQInmjyjIU

http://www.iai.it/sites/default/files/pi_a_c_108.pdf

https://www.unhcr.it/wp-content/uploads/2015/12/legge_bossi_fini.pdf

http://www.echr.coe.int/Documents/Convention_ITA.pdf

https://www.unhcr.it/wp-content/uploads/2016/01/Convenzione_Ginevra_1951.pdf

https://www.unhcr.it/

http://unipd-centrodirittiumani.it/it/schede/Hirsi-Jamaa-e-altri-c-Italia-illegali-i-respingimenti-verso-la-Libia-del-2009/249

http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/23/immigrazione-italia-condannata-corte-europea-respingimenti-libia/193241/

https://www.giustizia.it/giustizia/it/mg_1_20_1.wp?facetNode_1=0_8_1_60&previsiousPage=mg_1_20&contentId=SDU743291

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